Seminario dell'Associazione Teresio Olivelli e Controllarmi

Ciampino (Roma) 9 gennaio 2006

Le armi, le industrie e le banche.
La possibile conversione

comunicazione di Gianni Alioti (Ufficio internazionale Fim Cisl nazionale)

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Come sindacalista nell'affrontare il tema della possibile conversione dell'industria militare vorrei partire da una cosa sacrosanta contenuta nel documento che accompagna questo incontro-laboratorio: "In un tempo di crisi e declino industriale, dove la forza lavoro diviene l'elemento più fragile del sistema, andare ad intaccare uno dei pochi settori  che sembra in crescita sembra proprio controproducente perché non riesce a colpire il capitale ma solo i lavoratori."  Subito dopo, giustamente si afferma che: "La realtà è invece sempre più complessa di ogni schema ."  E in questa frase ho colto il senso del mio intervento. Cercherò, quindi, con il supporto di alcuni dati e dell'esperienza accumulata dal lontano 1978 quando ho iniziato ad occuparmi con Alberto Tridente di questi argomenti, di separare la realtà dalle apparenze, offrendo delle chiavi d'interpretazione rispetto a quanto sta succedendo nel settore dell'industria militare.

In una recente intervista a "Nigrizia" (vedi www.fim.cisl.it/articoli/doc/IntervistaAlioti.doc) ho già avuto modo di dire che non ci sono dubbi sul fatto che le guerre e il terrorismo, la logica di potenza e la retorica militarista stiano spingendo in alto le spese militari e il commercio internazionale d'armi, oltre i massimi storici raggiunti con la "Guerra fredda". E che - in questa situazione - aziende come Finmeccanica, operando nel settore militare godano d'ottima salute e manager come Guarguaglini siano riveriti a destra e a manca. Ma osservando le cose "a testa in giù" si scopre che l'occupazione in questo settore, nonostante l'aumento esponenziale dei fatturati, è in calo. Nella migliore ipotesi, e solo per alcune aziende, risulta stabile a fronte di crescite a due cifre del volume di affari e dei profitti.
Il giorno dopo l'acquisto dell'elicottero AgustaWestland da parte del presidente degli USA, l'azienda ha licenziato 650 lavoratori nello stabilimento inglese, senza che i media (tranne il Financial Time) ne abbiano dato notizia. Ciò che è "miele" per il management e per gli azionisti, quindi, non lo è in assoluto per i lavoratori. Il caso appena citato lo dimostra e non è un'eccezione.

Secondo i dati del rapporto annuale dell'ASD (AeroSpace and Defence Industries Association of Europe) nel 2004 in Europa l'Industria Aerospaziale e della Difesa occupava 601 mila persone con un fatturato complessivo di 104 miliardi di euro (di cui il 50,5% nel militare e il 49,5% nel civile) e 13,2 miliardi di euro investiti nella ricerca e sviluppo.
Il 70% di questo dato aggregato è costituito dall'industria aeronautica (37% militare e 63% civile), il 5% dall'industria spaziale (13% militare e 87% civile) e il rimanente 25% dai sistemi di difesa navali e terrestri (100% militare). Lucido 1

Lucido 2 Mentre il fatturato a valori costanti è in pratica raddoppiato negli ultimi 25 anni, l'industria aerospaziale è passata da 579 mila a 445 mila occupati dal 1981 al 2004. Lucido 3 Se analizziamo cosa è successo in questo settore per la parte militare (35,6% del fatturato), il risultato è sorprendente: i lavoratori sono passati nello stesso periodo da 382 mila a 158 mila (il 60% in meno); mentre l'occupazione in campo civile è cresciuta da 197 mila a 287 mila (+ 45%). Lucido 4 (occupati nell'industria aeronautica per singolo paese dell'UE). Lucido 5 Anche nel settore spazio dai quasi 35 mila occupati raggiunti nel 2001  si è scesi intorno ai 31 mila del 2004.

Purtroppo non disponiamo dei dati storici per il comparto dei sistemi di difesa navali e terrestri. Ma è sufficientemente indicativo il fatto che mentre nel 2004 il fatturato di questo specifico comparto in Europa, legato interamente alle commesse militari, sia cresciuto del 3% (da 26 a 26,8 miliardi di euro), l'occupazione nello stesso periodo sia scesa, viceversa del 5,6%, passando da 165 mila a poco più di 155 mila persone (fonte ASD).
Mi sembra che questi dati confermino la tesi "paradossale" che da tempo vado sostenendo, predicando spesso nel deserto: nonostante si stia verificando una crescita imponente delle spese militari nel mondo, l'occupazione nel settore della "Difesa" non è destinata ad aumentare, anzi subisce una progressiva contrazione.

 Ciò dipende da tre diversi fattori.

Il primo è un fattore comune ad altri settori dell'industria manifatturiera: dalla siderurgia all'elettronica. E' la crescita costante del fatturato per addetto (competitiveness) che, ad esempio, nell'industria aeronautica è cresciuta mediamente dal 1980 al 2003 del 4% all'anno (dal 1991 al 2003 è passata da 115 mila a 180 mila euro per occupato) Lucido 6
Il secondo è un fattore specifico riguardante l'industria militare, definito tecnicamente "disarmo strutturale". E' un fattore indotto sia dall'innovazione tecnologica incorporata nei nuovi sistemi d'arma (dai nuovi materiali alla microelettronica) e nei processi di produzione (automazione integrata e flessibile), che dal consistente aumento dei costi di ricerca, sviluppo e fabbricazione. Ne deriva, da questo ultimo aspetto, un aumento dei costi unitari per sistema d'arma, che significa una diminuzione, a parità di spesa, della quantità d'armi che può essere acquistata dalle Forze Armate[1]. Questa tendenza spinge in una sola direzione: contrazione dei volumi (non del valore) di mercato e ulteriore sovra capacità produttiva dell'industria militare europea.
Il terzo fattore, anche questo comune al resto dell'industria, è la riduzione del numero di occupati per effetto dei processi di fusione, ristrutturazione ed innovazione tecnologica su scala europea e mondiale, spinti dai processi di integrazione regionale e dalla globalizzazione.

 All'inizio degli anni '90, quando gli USA tagliarono le spese militari alla fine della Guerra fredda, il Pentagono spinse le principali Corporate fornitrici di sistemi d'arma a ridursi tramite fusioni e razionalizzazioni da 15 a 5 (Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics). La Lockheed Martin, il più grande gruppo industriale nel settore militare al mondo con 130 mila occupati, nel 2004 ha raggiunto un fatturato di 35,5 miliardi di dollari (1,2 miliardi di utili netti) ed un portafoglio ordini di 74 miliardi. Le 5 principali Corporate del settore in Europa (BAE Systems, Thales, EADS, Finmeccanica e Rolls Royce) assommano insieme un fatturato militare equivalente a quello della Lockheed Martin.

Lucido 7 In questi ultimi anni i processi d'integrazione transnazionale nel settore dell'industria militare in Europa hanno, però, avuto un'accelerazione e dal 2004 hanno interessato anche la principale Corporate italiana dell'industria a produzione militare, la Finmeccanica (allegato 1).
Nei prossimi anni, quindi, indipendentemente dai nuovi scenari strategici internazionali e dall'espansione delle spese militari, non vi sarà un mercato sufficiente per tutti gli attuali produttori.

E' facile prevedere, infatti, per le imprese leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna, un'accelerazione dei processi di concentrazione su scala europea e interatlantica. Le nuove acquisizioni, fusioni, joint-venture, alleanze internazionali comporteranno, inevitabilmente, un'ulteriore riduzione delle capacità produttive, per effetto di razionalizzazioni impiantistiche e di prodotto-mercato (in particolare nel comparto degli armamenti terrestri).
In questa prospettiva solo le imprese che guideranno questi processi (e in questo ambito quelle italiane avranno un ruolo comprimario) o le aziende e/o i distretti industriali che hanno accresciuto o accresceranno la loro diversificazione nei mercati civili, riducendo la loro dipendenza complessiva dal settore militare, saranno meno vulnerabili sul lato occupazionale.
Per cui puntare a processi di conversione e diversificazione nel civile dovrebbe divenire per i sindacati una scelta, oltre che di natura etica, di politica industriale e del lavoro, in grado di tutelare l'occupazione delle persone coinvolte e di rispondere alle loro attese professionali. Ma cosa significa questo concretamente?

Per prima cosa bisognerebbe sapere e capire cos'altro potrebbero fare le persone direttamente coinvolte nelle industrie a produzione militare e contestualmente quali nuovi mercati, in pratica quali nuove domande di beni e servizi potrebbero essere sollecitate.
È quello che siamo riusciti a fare tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90 in diverse aziende e territori. Dove c'è stato un processo di riconversione (Elsag, Cnf, Inma, Les Elettronica) o di diversificazione, dal militare al civile, l'occupazione è stata meglio tutelata (Aermacchi, Agusta, Fiat Avio, Galileo, Marconi, Piaggio, Intermarine), così come anche negli stabilimenti militari Fincantieri di Muggiano e Riva Trigoso, tenuti aperti grazie alla costruzione dei traghetti veloci, oggi prodotti a Castellamare di Stabia cantiere navale altrimenti destinato ad essere chiuso.
Negli altri casi, dove si è rimasti legati solo al militare, abbiamo assistito a forti riduzioni d'organico (Oto Melara, Breda Meccaniche Bresciane, Elettronica ecc.) o a chiusure di unità produttive (Oerlikon Contraves) e di aziende (Selin, Usea, Cosmos ecc.)  perdendo in Italia negli anni '90 circa 27 mila addetti, corrispondenti al 47 per cento del personale direttamente impegnato in attività a scopo militare. Per amore di verità va detto che in quegli anni l'industria a produzione militare, oltre a vivere una profonda fase di ristrutturazione, era in crisi per la contrazione dei bilanci della difesa, dovuti alla fine della "guerra fredda".

 

 

Le condizioni per la conversione e diversificazione nel civile dell'industria militare a livello macro economico

Lucido 8 Storicamente la riconversione ha avuto successo nella società solo quando alle politiche di disarmo si è accompagnata una forte espansione dell'economia come avvenuto durante il secondo dopoguerra, con il boom degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 (quando, ad esempio, grandi gruppi come Ansaldo, San Giorgio e Pignone si sono totalmente riconvertiti nel civile).
Anche negli anni '90 con la fine della contrapposizione Est/Ovest si erano create giuste aspettative di trasferimento di risorse dal settore militare ad attività civili (privilegiando le spese sociali e ambientali) che avrebbero dovuto costituire un volano per nuova occupazione (il cosiddetto "dividendo della pace"). Invece il processo di disarmo, pur liberando risorse che non sono andate perse, è avvenuto in un contesto economico a crescita contenuta, per effetto di politiche monetarie e fiscali restrittive (in Europa), o di aperta recessione (Russia e Asia) in conseguenza delle crisi finanziarie esplose nel '97 e '98.
Per il successo della conversione/diversificazione nel civile a livello macro economico sono necessarie, pertanto, condizioni economiche espansive e politiche keynesiane.

 

Le condizioni per la conversione e diversificazione nel civile dell'industria militare a livello micro economico

A livello micro-economico, bisogna invece fare i conti con le difficoltà delle diverse industrie e aree territoriali ad operare una conversione nel civile.
Le industrie a produzione militare sono cresciute, per molto tempo, operando al massimo dei costi e dei sussidi, in un mercato sostanzialmente protetto. Elevato costo del lavoro, manodopera altamente professionale per la particolare attenzione alla qualità del prodotto e alle specifiche militari, tempi di produzione più lunghi, tecnologie "dedicate", sono tutti elementi peculiari che rendono queste industrie particolarmente specializzate, ma scarsamente flessibili. Inoltre, la struttura organizzativa, la stessa cultura manageriale orientata al prodotto, ma non al mercato, è disabituata ad operare in condizioni di forte competitività.
Come aveva affermato l'ingegnere americano Seymour Melman molte di queste industrie (in particolare quelle dipendenti solo dal militare) "sviluppano un'addestrata incapacità al lavoro nel civile in un mercato aperto alla concorrenza".
Partendo da questa verità ed osservando empiricamente i comportamenti delle singole imprese, va detto però che il grado di complessità nell'adozione di specifiche strategie di diversificazione e conversione nel civile dipende dal peso specifico che il fatturato militare ricopre in ciascuna azienda, dalla tipologia di prodotto, dalla tecnologia impiegata e dal processo produttivo.

Per semplificare la comprensione di questo problema, si possono suddividere le industrie a produzione militare in 5 categorie.

1.      La prima comprende quelle aziende i cui prodotti hanno caratteristiche del tutto simili (tranne che nel prezzo e nel "colore") a quelli venduti nel mercato civile. In genere appartengono a vari settori: alimentare, chimico, costruzioni, elettro-meccanico, informatico, legno, tessile-abbigliamento ecc. Queste aziende forniscono prodotti e/o servizi alle Forze Armate e sono teoricamente le meno in difficoltà, in quanto non si scontrano con nessun vincolo organizzativo e tecnologico né di processo e/o di prodotto se non quello di sostituire la committenza militare, attraverso un'azione commerciale e di marketing più incisiva.

2.      La seconda categoria in ordine di difficoltà comprende quelle piccole e medie aziende che svolgono lavori specializzati come, per esempio, la produzione di componenti e apparati (elettronici, elettromeccanici, meccanici) e che vendono in tutto o in parte i loro prodotti o servizi alle Forze Armate. Per le caratteristiche della loro produzione e della versatilità delle tecnologie impiegate (dual-use ) queste imprese operano sia nel mercato militare, che in quello civile.
Per queste aziende il diverso peso della committenza militare rappresenta il maggior vincolo alla conversione nel civile, non solo per ragioni di mercato come le precedenti, ma anche per il modo differente di gestire le funzioni in azienda (dalla progettazione al commerciale) e di organizzare la produzione. Devono, infatti, fornire prodotti, componenti e servizi che, sebbene simili a quelli civili, devono rispondere a degli standard militari d'affidabilità, precisione e resistenza.
Le metodologie seguite, in questi casi, sia nell'ideazione e progettazione del prodotto che nella lavorazione, dovendo puntare ad una elevata qualità finiscono  col trascurare il contenimento dei costi, determinando in quelle imprese che dipendono al 100% dalla committenza militare un modello organizzativo, che costituisce esso stesso un limite (non tecnologico, ma culturale) verso processi di conversione/diversificazione nel civile.
In questo ambito si riscontrano alcuni esempi di diversificazione/conversione riuscita, come nel caso della Les Elettronica di La Spezia, che si è svincolata da una committenza esclusivamente militare diversificandosi nel settore spaziale e nel settore ferroviario.

Analoghe strategie di diversificazione dei mercati di sbocco dei propri prodotti e tecnologie sono state implementate (per rimanere sempre alla realtà ligure oggetto di uno studio specifico da me coordinato nell'ambito del programma Konver) dall'Elsel (ferroviario, aeroportuale e sorveglianza ambientale), dalla Igm (trasporti e ambiente), dalla Insis (automazione industriale), dalla Sitep Italia (trasporti navali, ferroviari e aerei) e dalla Telesub (ricerca petrolifera marina).

Tuttavia, la diversificazione/conversione richiede mutamenti operativi e processi di ristrutturazione aziendale che, in diversi casi, hanno reso necessari tagli occupazionali. Al venir meno della committenza militare è facile, inoltre, che coloro che non riescono a trasformarsi finiscano in una grave crisi finanziaria e produttiva, come è successo ai Cantieri Barberis (sonar per siluri, lanciatori ed ogive per missili) quando la Oto Melara ha ridimensionato in maniera notevole i propri ordinativi.

Una delle vittime illustri a La Spezia di questi "riaggiustamenti strutturali" è stata l'Usea, operante in campo subacqueo (sonar), che ha cessato completamente l' attività.

Tra questo gruppo di imprese classificate nella categoria 2 e quello precedente (categoria 1) possiamo collocare, in posizione intermedia, le aziende del settore navalmeccanico. Questo segmento di attività è quello che, ad esempio nell'area spezzina, ha manifestato la maggiore dinamicità e i maggiori tassi di crescita, specialmente i cantieri minori operanti nella navalmeccanica e nella nautica da diporto. É tra questo gruppo di aziende che s'incontrano gli esempi più significativi di riconversione nel civile, come il caso del Cnf - Cantiere Navale Ferrari (55 dipendenti e 10,7 miliardi di Lire di fatturato), uno dei più moderni in Europa che, di fronte alla riduzione di costruzioni speciali per la Marina Militare (bettoline, rimorchiatori e bacini galleggianti di carenaggio), ha ampliato progressivamente le attività nelle costruzioni navali mercantili (supply vessel e rimorchiatori, ferry-boats e yacht, navi appoggio per la ricerca petrolifera e trasformazioni navali, navi cisterna e gasiere).
É anche il caso sia dei cantieri Inma (acquistati dagli industriali Calderan di Venezia) che dal 1987 hanno sviluppato, in alternativa alle riparazioni navali e meccaniche in campo militare, l'attività di trasformazione e costruzione di navi mercantili; sia dell'Intermarine (acquisita dal Gruppo Rodriguez di Messina) che ha diversificato la propria attività, dalla costruzione esclusiva di caccia mine in vetroresina alla costruzione di unità per il pattugliamento e di grandi yacht.

3.      In un terzo e più problematico gruppo possiamo collocare le grandi aziende dei settori aeronautico (Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Aermacchi, Avio, Piaggio ecc.), elettronico-informatico-telecomunicazioni (Selex Communications, Selex Sistemi Integrati, Ote, Galileo Avionica, Datamat, Vitrociset ecc.) navalmeccanico (Fincantieri, Intermarine ecc.) che operano sia nel ramo militare, sia in quello civile. Nonostante si possa pensare che in queste aziende sia facile una transizione al civile con trasferimenti interni di personale, in realtà il passaggio da attività relativamente sicure, programmabili e con elevati margini di profitto come quelle militari, ad attività incerte (a volte aleatorie) a minore redditività, comporta un riorientamento organizzativo (spesso societario) ed una maggiore attenzione al rapporto costi-efficienza.
Se la conversione nel civile di queste aziende è favorita dalla versatilità delle tecnologie utilizzate (dual use) e da processi lavorativi, che consentono un range molto ampio di applicazioni e prodotti, i vincoli sono spesso rappresentati dal mercato. Quindi le divisioni militari di queste società devono affrontare sfide simili a quelle del quarto gruppo rappresentato da fornitori esclusivi delle Forze Armate.

4.      Le aziende del quarto gruppo, com'è il caso ad esempio di Oto Melara, Mbda, Simmel Difesa ecc. dipendono unicamente dal mercato militare. Per diversificarsi nel civile dovrebbero, quindi, sviluppare nuovi prodotti, riprogettare le strutture produttive, avviare dei programmi intensivi di riqualificazione professionale, e soprattutto, sviluppare un sistema di gestione che le renda capaci di progettare e produrre a prezzi competitivi, recuperando quella flessibilità ed efficacia che l'ambiente commerciale civile richiede. Più facile a dirsi che a farsi.

5.      La quinta ed ultima categoria, che risulta ancora più problematica delle precedenti, comprende l'area industriale del Ministero della Difesa (come gli arsenali navali) e le basi militari. In questi casi la conversione significa inevitabilmente dismissioni, smantellamenti e riutilizzo alternativo delle aree e delle installazioni, rottamazione del surplus d'armamenti, supporto alla smobilitazione e al reinserimento lavorativo del personale civile e militare impiegato. Nell'area industriale della Difesa in Italia si è passati dal 1990 ad oggi da 19 a 9 mila addetti. All'Arsenale della Marina Militare di La Spezia oggi lavorano 1.435 dipendenti civili, meno della metà degli occupati alla fine degli anni'80.

 

E' evidente, da questa diversa classificazione, che il superamento delle barriere tra militare e civile attraverso la diversificazione e tecnologie "dual use", rendono più facile l'adattamento della singola azienda al mercato e alle variabili che in questo caso sono determinate da scelte essenzialmente politico-istituzionali; come sono sia le politiche di bilancio per la Difesa e di controllo delle esportazioni, sia quelle di sostegno a programmi di riconversione e riaggiustamento strutturale.
Va però aggiunto che l'analisi dei diversi gradi di difficoltà che s'incontrano nelle singole industrie dimostra, altresì, che la scelta della conversione come uscita dal militare non sempre è praticabile. In questi casi l'approccio alla diversificazione e conversione economica verso attività civili deve preferire la dimensione territoriale, come le esperienze positive del programma europeo Konver confermano (allegato 2, "Il caso di La Spezia").

 

 

Allegato 1
Scheda su FINMECCANICA

Durante il 2004 nel settore missilistico è stata definita una joint venture europea tra BAE Systems, EADS e Finmeccanica con la nascita di MBDA, nella quale confluiscono le attività di AMS (Alenia Marconi Systems).
Il 30 novembre 2004 Finmeccanica ha acquisito la quota del 50% detenuta dalla britannica GKN nella joint venture elicotteristica AgustaWestland per 1.496 milioni di euro.
L'acquisizione è stata finanziata attraverso la cessione del 10,3% del capitale detenuto da Finmeccanica nella STM (una delle principali Corporate mondiali nel settore civile della microelettronica).
A fine aprile 2005 la Finmeccanica ha, inoltre, acquisito le attività di BAE Systems nell'elettronica per la difesa (avionica, comunicazioni militari e controllo del traffico aereo). Con questa operazione Finmeccanica (che ha anche il pieno controllo delle attività italiane di AMS) diventa il secondo Gruppo in Europa (dopo Thales) e il sesto al mondo nell'Elettronica per la Difesa. Nel dettaglio, è stata creata una nuova società per le attività avioniche, la Selex Sensors and Airborne Systems SpA, (75% Finmeccanica e 25 % BAE Systems); sono state trasferite a Finmeccanica le attività di BAE nelle comunicazioni militari, confluite in Selex Communications e sono tornate sotto il controllo totale di Finmeccanica le attività italiane della joint venture AMS NV, con il nome di Selex Sistemi Integrati SpA.
Con le operazioni EuroSystems e AgustaWestland, Finmeccanica diventa il secondo gruppo aerospaziale in Gran Bretagna (con oltre 10.000 addetti), subito dopo BAE Systems.
A luglio Finmeccanica e Alcatel hanno sottoscritto l'accordo per un'alleanza nel settore spaziale con la costituzione di due società: Alcatel Alenia Space (controllata al 67% da Alcatel e partecipata al 33% da Finmeccanica) attiva nella produzione di sistemi spaziali, satelliti e payload per applicazioni civili e militari e Telespazio (controllata al 67% da Finmeccanica e al 33% da Alcatel) che raggrupperà le attività operative e i servizi satellitari.
Infine Finmeccanica ha acquisito il controllo azionario di Datamat, società italiana attiva nel settore dell'Information Technology.
Le attività civili sul totale dei ricavi del Gruppo Finmeccanica  sono passate, quindi, dal 33 per cento del periodo 2002-2003 al 18 per cento del 2004-2005 e sono destinate, nelle intenzioni del management, ad essere cedute.
Le scelte che si stanno compiendo di dismissione di queste attività (insieme alla vendita della partecipazione azionaria nella STM) rispondono ad un'esigenza di fare cassa per concentrare la gestione sul "cuore degli affari" del Gruppo (attività militari), concentrare gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore "aerospazio e difesa", aumentare i profitti e rispondere alle aspettative del mercato finanziario, che sembra riporre molte più speranze nella produzione e nel commercio di sistemi d'arma, piuttosto che sulle necessità di innovare e riorganizzare in modo efficiente, sicuro e ambientalmente sostenibile il sistema ferroviario e dei trasporti urbani,  il modo di produrre e consumare energia, il sistema di produrre e di gestire le attività industriali e di servizio.
La strategia di Finmeccanica ha una duplice conseguenza sulla Liguria: da una parte "liberarsi" di Ansaldo Energia e delle aziende del Gruppo operanti nel settore dei trasporti, dall'altra ricondurre l'Elsag nel perimetro delle attività militari.
Nel 2004 è stato, infatti, avviato da Finmeccanica il processo di "riconversione alla rovescia", dal civile all'elettronica per la difesa e la sicurezza, delle attività facenti capo all'Elsag, conferendo alla società di Sestri Ponente il ramo d'azienda "Sicurezza" di Selenia Communications (circa 100 milioni di fatturato) e prevedendo la cessione a terzi le attività di Information Technology considerate non più strategiche (che occupano attualmente circa 1.700 lavoratori).
L'area dell'automazione[2] (con circa 1.000 lavoratori impiegati) sarebbe mantenuta nella "nuova Elsag" insieme alle attività di "sicurezza" (intorno a 500 occupati) e di "logistica militare" (circa 100 persone). I volumi di attività nel militare sono destinati, in termini di fatturato, a triplicarsi o quadruplicarsi nei prossimi anni, ma non sul piano occupazionale, per cui ciò che si è già perso e si perderà sul piano occupazionale in campo civile non sarà per nulla compensato dalla crescita degli affari nel militare.

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Allegato 2
Il caso La Spezia 

La Spezia è un caso emblematico, per il grado di dipendenza che storicamente il suo territorio e la sua economia hanno avuto dal militare. Nel 1991 il rapporto tra l'occupazione nell'industria legata alla Difesa (compreso l'Arsenale della Marina Militare) e la popolazione attiva raggiungeva il 9,6%, quasi un lavoratore occupato su 10. Nessuna provincia in Italia era dipendente dal settore della Difesa come La Spezia. Nel caso dell'industria manifatturiera il peso degli occupati dipendenti dal militare superava addirittura il 40% in rapporto al totale degli occupati (2 lavoratori su 5).
La crisi generale che ha interessato il settore della Difesa all'inizio degli anni '90 con la messa in liquidazione dell'EFIM, ha determinato a livello locale una regressione del livello di importanza relativa del comparto militare rispetto al sistema economico spezzino. infatti, nella prima metà degli anni '90 il territorio spezzino subì profondi contraccolpi sul piano socio-economico e occupazionale (e persino una crisi d'identità[3]).
Viceversa dal 1995 in poi nell'area di La Spezia - per un effetto combinato di interventi strutturali per favorire la reindustrializzazione e la diversificazione delle attività economiche (Konver + FSE "Obiettivo 2") e di dinamiche di mercato - sono nate 141 nuove iniziative industriali manifatturiere. L'andamento favorevole ha riguardato in particolare il comparto meccanico e quello cantieristico navale, che hanno registrato nel 2002 sul 2001 un incremento del 6,8% del numero di imprese e un aumento di 879 occupati tra diretti e indiretti. La nautica da diporto dal 1998 al 2003 ha più che raddoppiato il valore della produzione. Notevole è stata poi la crescita nei servizi, che dal 1995 al 2003 hanno visto crescere il numero degli occupati del 13,8%, soprattutto nei settori della informatica, ricerca, turismo.
Nel 2002 l'occupazione in provincia è cresciuta del 3,3% con il 27% delle nuove assunzioni nell'industria manifatturiera, mentre nello stesso arco di tempo il tasso di occupazione è aumentato di 4 punti percentuali. Infine, il tasso di disoccupazione a La Spezia dal 1995 al 2004 è sceso dal 13,1% al 5,1%, un valore inferiore a quello medio in Liguria (5,8%) e in Italia (8,0%).

 Il cambiamento nel mix di attività economiche verificatosi in questi anni è riscontrabile dal diverso peso che il settore militare ha oggi sul totale dell'occupazione, diminuito dal 9,6% del 1991 al 2,8% del 2004. E nonostante il grado di dipendenza dell'occupazione nell'industria manifatturiera dal settore militare sia ancora rilevante, la riduzione da oltre il 40% al 19% è indicativa del processo di conversione e diversificazione nel civile avvenuto nel profilo industriale del territorio spezzino. 

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[1] Ad esempio il costo di una nuova fregata Fremm è stimato in 350 milioni di euro, di per sé enormemente superiore a quello delle attuali fregate in dotazione alla MMI della classe Maestrale. Ma c'è già chi dichiara che il costo complessivo del programma Fremm per le 10 unità, includendo anche l'armamento missilistico, sarà di 6 miliardi di euro. Il costo, ad esempio, di un "Ariete" - il carro armato italiano ideato e progettato alla fine degli anni '80 - è oggi intorno ai 3 milioni di euro, ma il prossimo di nuova generazione costerà molto di più e comporterà un processo di drastica razionalizzazione produttiva, attraverso lo sviluppo di un unico carro europeo e l'integrazione degli attuali 4 produttori nazionali UE. Per il nuovo caccia Eurofighter si continua a parlare di un costo di 50-60 milioni di euro l'uno, ma in realtà i 48 aerei ordinati dall'Arabia Saudita costeranno 9 miliardi di euro, più del triplo del costo dichiarato.

[2] L'Elsag Bailey nella seconda metà degli anni '90, per responsabilità politiche e del management Finmeccanica, fu amputata colpevolmente - solo per fare "cassa" - dai rami d'azienda dell'automazione di fabbrica e soprattutto dell'automazione dei processi industriali dove l'azienda genovese aveva conseguito una dimensione internazionale ed un ruolo di leadership a livello mondiale con l'acquisizione dell'americana Bailey Controls e d'importanti aziende leader in Francia e Germania.

[3]  Non erano pochi in quegli anni coloro che, in ambito politico-istituzionale, sindacale e imprenditoriale si ostinavano a rivendicare ancora per La Spezia un ruolo di Polo nazionale della Difesa; contribuendo in questo modo a ritardare la percezione della crisi ed i tempi di risposta.


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