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Pierluca Birindelli |
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L’autore ha intervistato 20 giovani dai 20 ai 30 anni che vivono con i genitori, ricostruendo il vissuto di ciascuno sulla base dei rapporti con la sua stanza e gli oggetti che la popolano. Ha poi analizzato 60 autobiografie di studenti universitari, confrontando le sue impressioni con una vasta letteratura psicologica e antropologica e con i risultati delle più note ricerche dei sociologi italiani sui giovani, ne ha tratto un quadro non incoraggiante dei limiti di questa generazione “senza padri né maestri”, e delle relative responsabilità della generazione precedente.
I giovani-figli e gli adulti-genitori paiono costruire le loro identità all’interno di una vera e propria cultura della dipendenza. Quest’ultima, partendo dalla famiglia, si estende ai principali luoghi della socializzazione (scuola e lavoro su tutti), finendo per costituire un aspetto essenziale della cultura italiana tout court. L’autore fornisce un’ulteriore inedita chiave di lettura dei rapporti tra giovani e adulti: la collusione intergenerazionale.
Pierluca Birindelli (pierluca.birindelli@email.it) è dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione nell’Università di Firenze, e tiene un corso di Rapporti Intergenerazionali nel Master in Percorsi e Strumenti di Ricerca sulla società e la comunicazione. In precedenza ha insegnato Sociologia nella Facoltà di Economia e Sociologia e Psicologia dei Processi Culturali e Comunicativi nel Master in Comunicazione e Media. È membro del Research Network “Biographical Perspective on European Societies” dell’European Sociological Association.
L’AUTONOMIA, QUANTO È DIFFICILE
di Pierluca Birindelli
Il prolungamento della fase giovanile è uno dei fenomeni sociali che caratterizzano la realtà italiana degli ultimi venti anni. Intervistando 20 soggetti e facendo redigere circa 60 autobiografie, ho indagato questo processo, cercando di individuare atteggiamenti e pratiche che caratterizzavano il vissuto di questi giovani e il loro modo di rapportarsi al mondo degli adulti. I giovani (maschi e femmine) avevano un’età tra i 22 e i 29 anni, erano tutti studenti universitari o appena laureati e risiedevano nell’Area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia. In questo articolo presento alcuni risultati.
1. Il transito delle soglie culturalmente sancite e considerate essenziali per marcare il passaggio alla vita adulta (completare il periodo di formazione, trovare un lavoro stabile, abbandonare il nucleo familiare e vivere per conto proprio, sposarsi o convivere con una persona, avere dei figli) in Italia si è arrestato.
“La transizione nelle società contemporanee è scandita dal superamento di soglie, ovvero da tappe di passaggio, indispensabili per poter ricoprire stabilmente quelle posizioni sociali che contraddistinguono l’individuo adulto e lo differenziano dall’adolescente. Il percorso fa riferimento a due assi principali – quello scolastico-professionale e quello familiare-matrimoniale – sui quali è possibile individuare cinque tappe emblematiche che introducono progressivamente il giovane a nuovi ruoli e a nuove responsabilità sociali; il superamento di tutte e cinque le soglie, pur non essendo rigidamente prescrittivo dal punto di vista della maturazione psicologica di un individuo, appare socialmente necessario per la riproduzione fisica e culturale di una società” (Buzzi 2002, 20).
Facendo riferimento al Quinto Rapporto Iard di Milano (Istituto che si dedica allo studio dei processi culturali, educativi e formativi) sulla condizione giovanile in Italia per la classe di età che va dai 25 ai 29 anni, ovvero quando la tensione verso la conquista dello status di adulto inizia a farsi sentire – consideriamo i dati relativi al superamento delle cinque soglie che segnano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
La prima tappa si riferisce al completamento dell’iter formativo: nel 2000 il 29% degli intervistati appartenenti alla classe di età 25-29 non ha ancora completato l’iter formativo universitario o parauniversitario. Questa percentuale è aumentata rispetto al 24% rilevato nel 1996.
La seconda tappa è l’inserimento nel mondo del lavoro: il 43% dei giovani intervistati nel 2000 non lavora in modo continuato (nel 1996 la percentuale era del 56%).
La terza tappa si riferisce all’abbandono della casa dei genitori e al raggiungimento dell’indipendenza abitativa: tale passo è cruciale per un soggetto desideroso di conseguire un’autonomia non solo economica ma anche esistenziale, emancipandosi dalla dipendenza quotidiana dai propri genitori. Se nel 1996 i giovani 25-29enni che avevano acquisito un’indipendenza abitativa erano il 36%, nel 2000 sono il 30%: è una diminuzione di un punto e mezzo all’anno.
Il matrimonio (oppure la convivenza) costituisce la quarta tappa. È significativo confrontare i dati del superamento di tale soglia con quelli relativi all’indipendenza abitativa: nel 1996 il 68% dei giovani non erano sposati e non convivevano. Nel 2000 questa percentuale è salita del 76%. Sembra, pertanto, che per i giovani italiani l’indipendenza abitativa coincida con l’avvio di una convivenza.
La quinta tappa, ovvero la nascita di un figlio, era stata compiuta dal 22% dei giovani nel 1996 e solo dal 12% nel 2000.
I passaggi che sanciscono l’approdo all’età adulta vengono quindi posticipati. Buzzi osserva che il 19% dei giovani tra i 25 e i 29 anni non ha superato alcuna delle tappe, e può essere considerato in una condizione adolescenziale (studenti, senza lavoro, residenti con i genitori).
“Se stabilissimo, in modo grezzo, ma con tutta probabilità efficace, il superamento di tre tappe come segnale di acquisizione di uno status adulto, dovremmo considerare non ancora adulti il 98% dei giovani italiani in età compresa tra i 18 e i 20 anni, il 94% di quelli di 21-24, il 73% dei 25-29enni ed il 35% dei 30-34enni” (Buzzi 2002, 27).
Accorpando i dati emerge che circa l’84% dei giovani italiani dai 21 ai 29 anni possono essere considerati, da un punto di vista sociale, adolescenti a pieno titolo.
La presenza di una fase suppletiva tra adolescenza ed età adulta – la cosiddetta moratoria psicosociale (Erikson 1974) – è tipica delle società occidentali modernizzate: si tratta di un periodo nel quale il giovane si allena all’assunzione delle responsabilità connesse al ruolo e allo status di adulto.
D’altro canto, se questo momento viene vissuto all’insegna del rinvio dell’assunzione di responsabilità sul piano delle scelte affettive, operative e professionali, ecco che il giovane può entrare in una fase di stallo, di impasse, e invischiarsi in una condizione stazionaria: non gioventù bensì adolescenza prolungata.
Le ricerche che ho condotto confermano le tesi di Buzzi sotto due punti di vista:
1. anche i giovani indagati riconoscono le cinque soglie come i segnali tangibili della conquista di un’identità adulta; 2.
2. essi si trovano, al pari dei soggetti del rapporto Iard, in una condizione adolescenziale.
“Adulti si diventa attraverso una serie di processi, che vanno dalla conclusione degli studi, alla stabilità lavorativa, all’indipendenza abitativa, al matrimonio, alla nascita di un figlio. In questo processo le responsabilità del soggetto via via aumentano, e sono legittimate dal grado di maturazione raggiunto con il trascorrere del tempo” (Carlo, studente di economia, 24 anni).
Il fenomeno del prolungamento della fase giovanile caratterizzato dalla permanenza dei giovani nell’abitazione familiare può essere letto come un indice d’immaturità e di dipendenza materiale e affettiva dalla tutela dei genitori, ma anche come un atteggiamento strumentale per non separarsi dalle comodità materiali che la famiglia mette a disposizione, compreso un cospicuo consumo di beni di status.
La prolungata permanenza nella dimora di famiglia può essere letta come una strategia efficace per individuare delle traiettorie di vita che non riducano le proprie supposte potenzialità, oppure come una sospensione attiva/passiva dalle responsabilità connesse alla conquista di un Sé adulto.
Infine il fenomeno può essere interpretato come una condizione d’impasse momentanea dalla quale ci si può risollevare, soprattutto attraverso una rinnovata consapevolezza di sé, per produrre nuovi scarti d’identità. Ci sono, inoltre, ragioni strutturali che inducono i giovani a rimanere tali: lavori precari e mal retribuiti; il costo eccessivo degli affitti, la mancanza di politiche sociali, ecc.
Queste riflessioni, tuttavia, si concentrano maggiormente sui motivi culturali che favoriscono il prolungamento della fase giovanile. Certi atteggiamenti di giovani e adulti possono, altresì, direttamente o indirettamente, alimentare difficoltà e blocchi strutturali.
“Perché rimaniamo così a lungo giovani? Semplicemente perché è più comodo avere tutto già preparato o, quanto meno, è più facile continuare a vivere una situazione in cui sono sempre gli altri a prendersi cura di noi e delle nostre necessità, anche quando ci sarebbero tutte le possibilità per costruirsi una vita propria, indipendente da quella dei genitori. Invece no! Doversi assumere la responsabilità di una casa e di una famiglia propria, di pensare a qualcun altro che non sia la propria persona, o al massimo quella della propria ragazza, oggi sembra sempre più un obiettivo troppo difficile e impegnativo” (Fabio, studente di economia, 24 anni).
“Essere giovane oggi significa aver voglia di fare tutto tranne che iniziare un percorso autonomo di vita. L’insicurezza economica, la difficoltà di trovare un lavoro decente e adeguatamente compensato portano a ritardare l’uscita dalla famiglia e la scelta di crearne una nuova. D’altronde la società contemporanea concede alle nuove generazioni molte più opportunità di un tempo: godere di una maggiore libertà, condurre una vita varia e movimentata, spendere abbastanza per divertirsi e per seguire le follie della moda, viaggiare, fare sport, impiegare comunque il tempo libero nelle più svariate attività” (Cristina, studentessa di economia, 23 anni).
Gli individui che prolungano la fase giovanile vengono rappresentati, in sociologia, mediante una biforcazione che divide in due parti quest’universo:
- da un lato della sponda si trova chi subisce passivamente questa fase della vita essendo incapace di formulare dei consistenti progetti di vita;
- dall’altro, chi riesce a sfruttare attivamente questo periodo per mettere a fuoco delle mete e le eventuali strade per ricongiungervisi.
Nel primo caso i giovani rimangono invischiati in una condizione che, spesso, si ripiega su se stessa (compromesso passivo); nel secondo, invece, essi riescono a tradurre la “condizione” giovanile in nuovi e diversi “processi” di crescita individuale (adattamento attivo).
L’adattamento attivo è un tipo di atteggiamento, o meglio di tattica, che pare più verosimile rispetto alla rappresentazione di uno stile di vita in cui sono la precarietà e l’indefinitezza a connotare il modello di realizzazione del Self da parte dei giovani.
Infatti, l’ipotesi che i giovani adottino l’ecletticità e la sospensione da ogni ruolo, tra l’altro mai acquisito, appare, dal mio punto di vista, una gigantesca impasse logica, uno scivolamento retorico verso un’apologia dell’incertezza e della precarietà. Pochi, nei fatti, desiderano essere dei flâneurs senza fissa dimora e senza rendita. Sicuramente non bramano questo tipo d’identità i giovani che si trattengono nel nido familiare sino a 35 anni e oltre, godendo di una protezione materiale e affettiva che poi, una volta cresciuti, verosimilmente, potrebbero non restituire ai genitori anziani.
I soggetti indagati, piuttosto che “giovani-adulti”, paiono essere dei “giovani-adolescenti”. La loro condizione anziché essere regressiva, come si potrebbe argomentare da un punto di vista psicanalitico, è invece stazionaria. Non si tratta, evidentemente, di un ritorno verso qualcosa che si era abbandonato ma non elaborato, poiché i passaggi sociali e psicologici caratteristici dell’adolescenza non sono mai stati affrontati con successo: un falso movimento.
Non si può elaborare il lutto di ciò che non si è mai perso; e neppure regredire verso uno stadio precedente che non è mai stato superato. Il problema, semmai, è che questi giovani non hanno mai “preso il largo” e che lo faranno solamente quando avranno tutte le carte in regola: lavoro e casa di proprietà, vicinissima al nido familiare, con moglie/marito annesso (necessariamente, secondo le statistiche, e non possibilmente). La fase giovanile non è prolungata né bloccata: essa non è, propriamente, mai iniziata. I giovani-adolescenti diverranno, dopo un’attesa di 15 anni, repentinamente, degli adulti (adulti-adolescenti?).
Prendendo in considerazione lo schema dei riti di passaggio costruito da Van Gennep e utilizzato dagli antropologi, si nota, fase dopo fase, un progressivo accumulo di “passaggi mancati” rispetto alle tre fasi classiche:
1. la separazione: caratterizzata dall'uscita dell'individuo dalle condizioni precedenti;
2. la transizione: caratterizzata da ambiguità e liminarità, propria della condizione di confine tra una situazione e un'altra; 3.
3. la reintegrazione: caratterizzata dal pubblico riconoscimento di una nuova situazione e dall'entrata in una nuova quotidianità.
I riti di passaggio che rendevano visibili alla società e all’individuo la conquista di nuovi ruoli e responsabilità, si sono rarefatti. Pertanto il riconoscimento reciproco società-individui si è individualizzato divenendo meno ritualizzato.
Detto questo, la ricerca svolta ci conduce a sottolineare che:
1. la prima fase non è stata portata a termine;
2. la seconda non è mai propriamente iniziata piuttosto che essersi allungata (visto che i compiti caratteristici della prima sono ancora lasciati in sospeso);
3. la terza, che per noi è l’entrata nella fase adulta del ciclo di vita, oltre a presentare dei blocchi strutturali e mentali-culturali (difficoltà del mercato del lavoro, formazione continua, con-fusione tra gli atteggiamenti e comportamenti tipici della fase giovanile e quelli dell’adultità) diviene il precipitato problematico della difficoltà di superamento delle prime due, che il soggetto porta con sé.
2. La ricerca ha messo in evidenza la presenza di un rapporto genitori-figli artificiosamente “irenico”; questo, razionalizzando la situazione come una specie di adattamento, starebbe ad indicare una sorta di sano pragmatismo di stampo italico. I territori familiari indagati paiono, invece, disseminati di ambiguità che, anche in un apparente stato di conciliazione intergenerazionale, paiono inadatti a favorire il processo di autonomizzazione dei giovani. Essi riescono a liberarsi dal senso d’inadeguatezza nei confronti della realtà solamente attivando un complesso e laborioso processo autoriflessivo.
Ciononostante è la realtà extrafamiliare che costituisce il vero terreno di prova per misurare desideri e aspettative. Il futuro, come afferma un soggetto della ricerca, comincia nel momento in cui “non sei più al sicuro riparo della tua camera ed entri in scena”.
I rapporti tra i giovani e i genitori sono caratterizzati da un’ambigua indipendenza dipendente: da una parte ci si sottrae al controllo dei familiari (la camera è gestita come uno spazio proprio; non vi sono rigidità negli orari di rientro; i genitori non chiedono ai figli di assolvere compiti: farsi il letto, prepararsi da mangiare, ecc.), dall’altra si continua ad accettarne e ricercarne la protezione (Birindelli 2003).
Quelli che possono essere percepiti come i pregi di tale condizione coincidono con i suoi difetti: questa sorta di indipendenza tutelata sembra abbastanza comoda e rassicurante; ma – appunto – non è una vera e propria indipendenza. È una situazione che non consente di stare da una parte o dall’altra: un’ambivalenza che inibisce il processo di autonomizzazione di questi giovani dalla loro famiglia.
Questa dipendenza ambigua regge bene. Essa è calata in una vera e propria cultura diffusa della dipendenza che, partendo dal nucleo familiare, si estende a tutti i maggiori canali di socializzazione: scuola, lavoro, associazioni. Anche in questi luoghi i giovani non paiono essere trattati come soggetti che si stanno allenando alla vita adulta.
I giovani che transitano dalla famiglia alla scuola, passando per il gruppo amicale e le uscite serali, il fidanzato o la fidanzata e un poco di fitness, sviluppano un’identità emotiva ipertrofica, mentre il Sé sociale, inteso in maniera corposa, pare essere incapace di formarsi in una realtà esterna che, al di là dei suddetti ambiti, è percepita come pericolosa, minacciosa: il giovane è competente per il mondo interno, non per quello esterno. Il Sé dell’autorealizzazione emotiva e consumistica sovrasta anche lo sviluppo di un Sé morale che, crescendo unicamente riferito ad ambiti di vita privati e privi di aperture sostanziali all’Altro, non possiede i necessari connotati per definirsi propriamente morale.
I giovani, inoltre, non vengono messi alla prova (e neppure la ricercano autonomamente) con compiti concreti e con le responsabilità a essi connesse. Un atteggiamento, questo, che conduce a un processo di infantilizzazione. La rinnovata capacità riflessiva del giovane, sviluppatasi nell’adolescenza, rimane confinata a un ambito cognitivo ed emotivo.
La maniera fondamentale per mettersi alla prova nella società (e vedere riconosciuto tale impegno) è, secondo Eric Erikson, il lavoro remunerato.
Il lavoro remunerato è un’esperienza che, per l’appunto, è assente dal vissuto dei giovani dell’indagine: su 80 soggetti solamente cinque hanno (o hanno avuto) esperienze lavorative di una certa rilevanza e continuità.
L’assenza di una “cultura del fare” che si manifesta nel lavoro remunerato (part-time, occasionale. ecc.), e non nei tirocini formativi (che appartengono al mondo della formazione, pur essendo concepiti come ponte verso il mondo del lavoro), pare poi svalutare anche la “cultura del sapere” che, in definitiva, nelle biografie dei giovani si dispiega come tecnologia applicativa, riassumibile dalla formula: vogliamo le ricette tecniche (scorciatoie) per avere successo nel lavoro.
Per questi giovani, essere adulti e soggetti sociali a tutto tondo significherebbe avere un lavoro sufficientemente garantito, che permetta di conquistare un’indipendenza economica e psicologica dai genitori: sono queste le premesse indispensabili per abbandonare il nido.
La maniera netta e assertiva con cui viene affermata quest’opinione, nondimeno, contrasta con l’assenza di tentativi concreti per raggiungere quella condizione.
Come afferma Melucci, i processi di acting out, vale a dire l’agire che non viene filtrato dalla coscienza, si riducono sensibilmente, mentre prevalgono i meccanismi di acting in, in cui l’esperienza non è mai disgiunta dalla tutela del pensiero e della riflessione. Una riflessione, però, che, spesso, occupa impropriamente gli spazi del bisogno vitale di agire sulla realtà.
“Il valore dell’azione concreta che incontra il mondo materiale è insostituibile. Diversamente dal sentimento, volubile e contraddittorio, e diversamente dal pensiero, reversibile e ipotetico, dilatato nel passato e nel futuro, l’agire obbliga ad assumere il senso del limite nel qui ed ora. L’assunzione di responsabilità, cioè la capacità di riconoscere gli effetti della propria azione come propri, è un organizzatore dell’identità personale” (Melucci 1992, 89).
L’azione materiale sulle cose è un momento di verifica realistica delle proprie aspirazioni e delle proprie capacità, che produce una traslazione positiva nel campo delle possibili esperienze e traiettorie di vita dal potenziale all’effettivamente attuabile. Questo processo consolida il senso di identità, avvicinandolo ad un senso della propria presenza più consistente e palpabile, meno aleatorio e sfuggente.
Il giovane ha la necessità di mettersi alla prova in compiti concreti, facendosi carico dell’impegno che questi implicano. Infatti, senza mettersi in gioco attraversando i territori dell’impegno, della prova, della scelta e dell’assunzione di responsabilità (evadendo la reversibilità tipica dei terreni ipotetici di un’immaginazione propriamente adolescenziale) il giovane stenta a costruire i criteri di scelta fra le apparenti infinite possibilità di vita che la tarda modernità profonde in maniera seducente. Criteri, questi, necessari alla costruzione di un itinerario biografico che non si arresti sul presente, in una sorta di limbo che sta tra l’esperienza diretta del mondo e quella che avviene attraverso i media.
Per i giovani l’opacità della realtà esterna e la difficoltà di prevedere l’esito delle proprie azioni, sono fonte di incertezza. Ma talvolta divengono una forma di rassicurazione. Se muoversi dai punti incerti e precari in cui sono situati, verso altri punti (ugualmente opachi) non segue una linea retta, intraprendere una qualsiasi strada può portare altrove, in un posto peggiore ma anche migliore rispetto a quello desiderato (previsto). L’insicurezza si tramuta in una rassicurazione consolatoria: chi lo sa? In certi casi questa rassicurazione può tradursi in una deresponsabilizzazione: non si prova fino in fondo per timore di non riuscire.
“Non si può vivere per prova, si può soltanto vivere o non vivere. Coltivare l’idea che si può sempre provare e poi si vedrà è un modo per sottrarsi alla scelta” (Melucci 1994, 39).
Ritagliarsi un posto nel mondo e vederlo riconosciuto, attivando i processi di scelta, è un’impresa difficile da attuare non solo per l’incertezza del mondo del lavoro, ma anche per l’assenza di riferimenti etici. Senza la forza di questi riferimenti etici, ogni strada immaginata o intrapresa è temporanea, revocabile, rinegoziabile, compromissoria se non opportunistica. La difficoltà ad uscire dalla famiglia, percepita come l’unico punto di riferimento chiaro e rassicurante, addentrandosi in una società eticamente neutra è una chiave di lettura ulteriore rispetto a quella economica.
“Se c’è qualcosa che accomuna oggi il senso generazionale dei giovani è il loro sentirsi in gioco come generazione che deve fare delle scelte etiche in una vita quotidiana che non ha più paletti da nessuna parte. E cioè, precisamente, in risposta ad una società che viene percepita come sempre più anomica (priva di regole), a-morale (in-differente alle scelte etiche), quando non immorale (cioè corrotta). Il senso generazionale viene oggi affidato alle risposte che i giovani danno alle difficoltà di vivere in una società eticamente neutra, che, cioè non fa scelte etiche, non le indica, ma dice a ciascuno: la scelta d’azione è personale, tu devi fare la tua, dato che non c’è regola sociale comune, e le opzioni non sono più confrontabili, anzi non fanno più differenza” (Donati 1999, 25).
Nel passato la possibilità di seguire una visione del mondo unitaria e semplificata, offriva ai giovani un’opportunità per orientarsi; la società odierna, sgombrando il campo dagli ideali ha tolto ai giovani il valido strumento orientativo della scelta etica: questa, infatti, possiede una funzione chiarificatrice in virtù della capacità di semplificazione della realtà e, pertanto, può essere considerata un criterio che guida scelte e rinunce definitive.
Con queste riflessioni ho evidenziato i rischi che possono derivare dalla mancata autonomizzazione dei giovani, dalla loro infantilizzazione.
I giovani devono imparare a costruirsi i sensi e i significati del proprio percorso di vita, per affrontare un panorama sociale caratterizzato da opzioni di vita non facilmente riducibili, cercando di auto-orientarsi nella frammentazione culturale delle agenzie formative e informative e individuando, così, una coerenza che leghi le proprie scelte e motivazioni al transito in atto.
L’adulto educatore, dall’altra parte, deve cercare di essere maieutico e, al tempo stesso, favorire il recupero di un senso di autopoiesi dei giovani, sì che riescano a pensarsi come artefici del proprio destino. L’adulto deve anche costruire situazioni che permettano al giovane di mettersi alla prova; momenti in cui – assumendosi la responsabilità delle proprie azioni – il giovane possa costruire criteri per definire i propri limiti e le proprie possibilità. L’adulto, infine, deve trasmettere e condividere alcuni paletti etici, rispettandoli per primo: dare il buon esempio.
La sensazione è che oggi, in Italia, giovani e adulti debbano riappropriarsi di alcuni compiti di vera tutela e vera promozione reciproca: un cambiamento difficile ma ineludibile. Un compito irto di ostacoli perché, fra le altre cose, la cortina di comode razionalizzazioni e rivendicazioni egoistiche pare costituire un’impenetrabile falsa coscienza di se stessi e degli altri.
P. Birindelli, Costruzioni identitarie di giovani adulti. Il racconto di sé, la sfera privata e i suoi oggetti, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, 4/2003.
C. Buzzi, Transizione all’età adulta e immagini del futuro, in Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2002.
P. Donati – I.Colozzi (a cura di), Giovani e generazioni, Il Mulino, Bologna 1997.
E.H. Erikson, Identity Youth and Crisis, Norton, New York 1968; trad. it. Gioventù e crisi di identità, Armando, Roma 1974.
A. Melucci – A. Fabbrini, L’età dell’oro. Adolescenti tra sogno e esperienza, Feltrinelli, Milano 1992.
A. Melucci, Passaggio d’epoca. Il futuro è adesso, Feltrinelli, Milano, 1994.
A. Van Gennep, Les rites de passage, Nourry, Paris 1909; trad. it. Riti di Passaggio, Boringhieri, Torino 1981.