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Iscos-Cisl

BURUNDI. PROVE DI SOCIETÀ CIVILE

Un progetto di formazione dell’Iscos-Cisl per il sindacato burundese
a cura di Tiziana Salmistraro e Bruno Liverani
Collana Iscos / Edizione fuori commercio

Il testo del libro può essere letto e scaricato dal sito web dell’Iscos www.iscos.cisl.it

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Si può raccontare un progetto di formazione? Si può. Il piccolo libro edito dall’Iscos racconta appunto come è nato, come si è svolto e quali frutti ha prodotto un progetto di formazione realizzato nel cuore dell’Africa, in Burundi, e diretto alla confederazione Cosybu (Conféderation des syndicats du Burundi), o meglio pensato e gestito insieme a questo sindacato. A raccontarlo è la persona che, per conto dell’Iscos (l’Istituto sindacale per la cooperazione e lo sviluppo della Cisl), ne ha portato la responsabilità in loco per l’intero periodo di due anni, da marzo 2004 a febbraio 2006: Tiziana Salmistraro, aiutata nel lavoro redazionale da Bruno Liverani, dell’Ufficio stampa e comunicazione della Fim-Cisl.
Il titolo annuncia il succo del progetto: contribuire alla formazione di un embrione vitale di società civile, essenziale per far crescere nella democrazia una comunità riconciliata e pacificata dopo anni di catastrofi sociali, politiche e umanitarie.

I due anni che hanno visto lo svolgersi del progetto – è scritto nella presentazione del libro – sono “un periodo cruciale nella storia del piccolo Stato africano, dopo tredici anni di caos istituzionale, di stragi, di crescente degrado economico e sociale: il Burundi, pur tra mille contraddizioni e continui rinvii delle consultazioni elettorali, passava da un governo di transizione previsto dal primo accordo di Arusha (28 agosto 2000) a un regime effettivamente democratico, attraverso una serie di scadenze istituzionali ed elettorali che hanno messo capo alla formazione alla formazione di un Governo non più di transizione (19 agosto 2005)”.
“Come mai – prosegue la presentazione – un progetto di formazione di quadri sindacali in una situazione del genere? Secondo l’Iscos, proprio la creazione di un’autentica democrazia in paesi come il Burundi ha bisogno dello sviluppo di soggetti collettivi della società civile. In prima linea, tra questi, il sindacato: non solo come efficace difensore dei diritti e degli interessi dei lavoratori, ma anche come attore protagonista nella crescita della società civile e nel processo di pacificazione e democratizzazione del paese, interlocutore autorevole nel dialogo sociale con le istituzioni governative e le associazioni degli imprenditori. Ecco, in estrema sintesi, l’idea centrale che ha animato il progetto, il senso della sfida che l’Iscos e il suo partner, il sindacato Cosybu, hanno deciso di raccogliere”.
Partner del progetto è stata la Cosybu, nata nel 1995 da un atto di autonomia, quando otto sindacati su dodici abbandonano il sindacato “di regime” Csb, sostanzialmente dipendente dal partito dominante Uprona, per costituire una forza sindacale davvero autonoma, libera e indipendente. Partner, non “oggetto” di un soccorso paternalistico e assistenziale, ma partner paritario, corresponsabile della direzione e della gestione del programma in tutte le sue fasi. Insieme alla Cosybu sono stati definiti i temi e l’articolazione dei lavori, selezionati i partecipanti, individuati i docenti facendo leva prioritariamente sulle risorse intellettuali locali.

Di tutto questo racconta il libro.
Il primo capitolo fornisce un’informazione di base, necessariamente sintetica, del “campo della sfida”: cos’è e come è il Burundi; la sua storia recente e le attuali (primavera 2006) condizioni; il profilo del partner.
Il secondo racconta le vicende del non facile avvio del progetto, accolto sulle prime con diffidenza alimentata da più ordini di motivi, specie da parte degli ambienti di governo: in una situazione come quella drammatica del Burundi, è davvero prioritario investire soldi e impegnare persone in un progetto di formazione, quando ben altre sembrano essere le emergenze da affrontare? E poi, perché appoggiare un’azione di rafforzamento di un sindacato fonte di conflitti permanenti, e quindi considerato dal governo più un problema che un aiuto a trovare delle soluzioni?
Ciò malgrado, le diffidenze sono state superate e il progetto è stato approvato e ha incontrato, man mano che si svolgeva, un progressivo consenso, quando si è visto che proprio la formazione rappresentava una risorsa strategica per creare un soggetto sociale non solo conflittuale, ma anche responsabile, competente e attrezzato al confronto con le istanze di governo e gli altri partner sociali (il “dialogo sociale”, non a caso, è stato uno dei temi cardine del processo formativo). Al punto che il governo ha partecipato con propri rappresentanti e funzionari allo svolgimento del programma.
Il terzo capitolo, il più lungo, segue lo svolgimento del programma descrivendo, sulla base del materiale prodotto, le metodologie adottate e gli argomenti affrontati. Il lettore si renderà conto del livello di preparazione di base dei partecipanti, della qualità dei docenti (pressoché interamente reclutati da intellettuali, funzionari pubblici e operatori sociali burundesi o comunque operanti da anni in loco), del grande coinvolgimento dei discenti nella gestione dei corsi e nella stessa formulazione dei contenuti, con importanti momenti definiti di “autoformazione”.
Per questo uno snodo decisivo è stato rappresentato dalla “giornata della restituzione”, il 26 ottobre 2005, quando ormai il programma volgeva verso la conclusione. “Restituzione”: una bella parola, per dire che la formazione ricevuta dai partecipanti non poteva chiudersi nella loro cerchia ristretta, ma doveva essere “restituita” all’intera società come germe fruttifero di nuovi rapporti sociali, di democrazia, di riconciliazione.
In quella giornata i partecipanti, divisi in tre gruppi, hanno esposto a un pubblico esterno qualificato quanto hanno appreso con relazioni da loro preparate in precedenza su tre grandi temi nodali per la società burundese: i diritti (umani, sociali e sindacali), il dialogo sociale, la lotta alla povertà. Varrebbe la pena rendere di pubblica ragione i tre rapporti, per rendersi conto del livello di conoscenza e di consapevolezza raggiunto dai partecipanti.
L’ultimo capitolo, infine, tenta di raccogliere i risultati raggiunti. Uno in particolare è emblematico: già all’interno dello svolgimento del programma, per iniziativa dei partecipanti, si è costituita una associazione di formatori alla quale hanno aderito pressoché tutti (42 su 47). È probabilmente il frutto più significativo del progetto – e il segno tangibile della sua riuscita e continuità nel tempo – perché dà corpo concreto a quel processo di “restituzione”, che significa contributo alla costruzione di una società democratica e pacificata di cui il sindacato è protagonista essenziale.
“I partecipanti – scrive nell’introduzione il presidente dell’Iscos Gianni Italia  – hanno maturato la convinzione che per il loro paese è necessario un sindacato che si faccia ‘agente sociale’, un soggetto cioè che va oltre alla rappresentanza di interessi legittimi dei lavoratori per porsi obiettivi più generali. Il compito del sindacato in Burundi – ed è il dato emerso in modo chiaro nei partecipanti – deve essere anche quello di promotore di una società civile organizzata, premessa per una democrazia efficace e funzionante. Così il sindacato risponde alla sua più forte vocazione che è quella di portare alla partecipazione sociale, economica e politica la popolazione che è stata da sempre sfruttata e strumentalizzata ai fini di poteri interni ed esterni alla realtà del Burundi”.
La Cisl – a parte la responsabilità del progetto assunta dall’Iscos – è intervenuta con “discrezione” in alcuni momenti con propri docenti venuti dall’Italia, portando un contributo specifico soprattutto sui temi del dialogo sociale e della contrattazione. Ed è intervenuta non tanto per “insegnare”, quanto soprattutto per instaurare e alimentare un rapporto con questo sindacato, bisognoso e desideroso di entrare e vivere nelle rete del sindacalismo internazionale. Va ricordato che nel progetto è rientrata anche un viaggio in Italia di quattro sindacalisti partecipanti ai corsi (tre donne e un uomo), che hanno incontrato i dirigenti nazionali della Cisl e visitato il Centro studi di Firenze. Il rapporto della Cisl con il sindacato burundese continua: tra l’altro, un nuovo progetto in Burundi, mirato all’approfondimento del dialogo sociale tra sindacato, imprenditori e istanze di governo politico, è stato appena approvato. Dunque, questa bella storia continua.
Infine non va dimenticato un aspetto che il libro rileva: la straordinaria presenza delle donne nel sindacato, anche in posizioni di elevata responsabilità, e nella società burundese, persino ai più alti livelli di governo. Ciò si è riflesso nella composizione dei partecipanti – metà donne e metà uomini – come pure nella presenza importante di donne tra i docenti. Anche questo un segno di speranza per il futuro del Burundi.

 


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